Il Pride è ancora necessario ovunque l’esistenza di una persona possa essere resa più fragile dall’odio, dallo stigma o dall’isolamento sociale. La sua storia nasce dalla voce delle persone LGBTQIA+ e continua a parlare da quella posizione, ma la sua forza politica riguarda il modo in cui un’intera comunità sceglie di stare accanto alle vite più esposte e alle persone che più facilmente vengono lasciate sole. In un territorio come la Tuscia, dove la distanza dai servizi e la fatica di esporsi nei contesti più piccoli rendono spesso più difficile chiedere aiuto, un Pride locale non può limitarsi a dichiarare il proprio radicamento. Deve mostrare di conoscere il territorio che attraversa, riconoscendo insieme le sue mancanze e le pratiche di cura che vi sono già attive.
Per questa ragione saremo in strada il 6 giugno, condividendo il valore politico di un corteo che attraversa lo spazio urbano e rende visibili corpi, relazioni e identità che troppo spesso vengono tollerati solo quando restano nell’ombra. La nostra adesione alla piazza vuole accompagnarsi però anche a un contributo costruttivo. Proprio perché il Pride trova ragione nella sua necessità politica, riteniamo utile partecipare con serenità alla discussione sul manifesto che ne orienta il senso pubblico e ne caratterizza la posizione.
Il tema della cura, scelto come asse simbolico di questa edizione, ha una forza evidente. Parlare di cura significa parlare del modo in cui una comunità si assume la responsabilità delle persone più esposte e delle risposte che sa dare quando una sua parte viene colpita. Se però questa parola non riconosce chi nel territorio cura, ascolta e accompagna, rischia allora di non bastare a costruire una posizione politica pienamente radicata nelle pratiche e nei bisogni reali.
Il manifesto politico proposto per il TusciaPride 2026 contiene rivendicazioni che appartengono alla storia delle lotte LGBTQIA+ e che riconosciamo come parte di un orizzonte comune. Proprio per questo riteniamo che il rapporto tra il manifesto e la Tuscia reale possa essere ulteriormente approfondito. Sarebbe importante far emergere con maggiore chiarezza la storia associativa del territorio, i servizi già attivi, le competenze costruite negli anni e i bisogni che chi lavora sul campo incontra ogni giorno. Il documento rivolge molte richieste alle istituzioni, la maggior parte delle quali pienamente condivisibili, ma potrebbe sicuramente valorizzare con maggiore chiarezza le esperienze che nella provincia hanno già costruito presidi, relazioni e competenze.
Da anni, e in alcuni casi da decenni, realtà associative del territorio lavorano contro la violenza, le discriminazioni e l’isolamento sociale. Lo fanno con risorse spesso insufficienti e con una presenza quotidiana che prosegue nel tempo lungo dell’ascolto, dell’accompagnamento e della costruzione di fiducia. Per questo riteniamo necessario evitare che la Tuscia appaia, anche solo implicitamente, come una pagina bianca sulla quale tutto debba ancora essere scritto.
Una piattaforma politica realmente territoriale dovrebbe partire dal riconoscimento di questo lavoro, comprenderne la fatica e chiedere alle istituzioni di sostenerlo più che crearlo ex novo. Se si parla di antidiscriminazione, salute o educazione, occorre sapere quali presidi siano già attivi, quali difficoltà incontrino e quali alleanze possano essere costruite. Una richiesta politica diventa più forte quando nasce da questa conoscenza, perché può indicare con maggiore precisione cosa sostenere, cosa potenziare e quali alleanze costruire.
La cura infatti richiede prima di tutto continuità. Non può apparire soltanto nel tempo breve del Pride, quando la piazza rende tutto più visibile, e poi scomparire nel resto dell’anno, quando le persone tornano a misurarsi con odio, discriminazione e solitudine. Prendersi cura significa riconoscere il lavoro quotidiano di chi tiene aperti presidi importanti e sapere che ogni attacco rivolto a una persona, a un gruppo o a una realtà territoriale riguarda l’intera comunità che intorno a quei presidi si riconosce. La solidarietà, quando è politica, non è un gesto accessorio né una formula di circostanza, ma la forma minima della responsabilità comune. Lasciare isolata una parte della rete significa indebolire tutte le persone che, in quel territorio, provano a costruire cura.
Un Pride che parla di “resistenza” può rafforzare la propria posizione collocandosi con più nettezza nel tempo in cui prende parola. Nel manifesto questo quadro generale potrebbe emergere con maggiore forza, perché in Italia e in Europa, i diritti delle persone LGBTQIA+ subiscono arretramenti concreti da anni, e vogliamo gridare la nostra preoccupazione. La trasformazione della GPA in reato universale, la scelta dell’Unione Europea di rimandare a strumenti non vincolanti il contrasto alle pratiche riparative, la normalizzazione dei linguaggi d’odio e il ritorno di culture politiche autoritarie non sono elementi marginali. Sono il contesto dentro cui un Pride oggi deve collocarsi. Anche per questo l’antifascismo non può restare sullo sfondo, come premessa implicita o memoria ornamentale. In un Paese in cui la continuità del male rende nuovamente accettabili gerarchie, esclusioni e disumanizzazioni, dichiarare da quale parte si sta è parte stessa della responsabilità politica del Pride. Vogliamo ribadirlo: senza antifascismo esplicito, il Pride perde una parte decisiva della propria genealogia politica.
In questa stessa prospettiva, leggiamo la critica al patriarcato e ai ruoli di genere come parte essenziale della lotta contro le violenze che colpiscono le persone LGBTQIA+. La norma patriarcale che punisce ciò che devia dal modello dominante alimenta infatti molte di queste violenze. Una prospettiva transfemminista permette di leggerle non come episodi isolati, ma come effetti di modelli sociali che impongono conformità e restringono lo spazio di autodeterminazione delle persone.
Riteniamo inoltre politicamente necessario nominare con forza Gaza e la Palestina. Da due anni il genocidio del popolo palestinese attraversa il dibattito internazionale, spinge i movimenti a interrogarsi e chiama in causa la responsabilità di ogni soggetto che parli di diritti, libertà e dignità dei corpi. In un documento che sceglie la cura come parola fondativa, l’assenza della Palestina rischia di indebolire la coerenza politica di tutto il manifesto. La questione palestinese riguarda infatti anche il modo in cui un movimento che parla di diritti, libertà e dignità sceglie quali vite proteggere e quali lasciare ai margini del proprio discorso politico.
Saremo quindi in piazza il 6 giugno con una posizione chiara e responsabile. Porteremo nel Pride il lavoro di chi opera tutto l’anno nella Tuscia, la richiesta di una cura verificabile nelle pratiche, una solidarietà capace di esporsi quando l’odio colpisce, un antifascismo dichiarato e una parola netta a difesa della Palestina e del suo popolo martirizzato. La piazza del Pride non appartiene né a un documento, né a una singola sigla, né a un perimetro politico chiuso; appartiene infatti alle persone che la attraversano e alle comunità che la rendono necessaria.
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